martedì 29 luglio 2014

4- Il pensiero di Dogen al di là di affermazione e negazione

Testo di Aldo Tollini, Università “Ca’ Foscari” – Venezia
Pubblicato dal Centro Zen di Firenze, www.zenfirenze.it
PARTE 4 

Fukanzazengi – Le Regole per lo Zazen – scritte da Dogen nel 1233
"La dottrina buddhista pone nella visione dualista della realtà la radice dell’errore: definire i fenomeni in buoni e malvagi, vantaggiosi e svantaggiosi, positivi e negativi, essere e non-essere è il regno dell’illusione poiché è una dicotomia che nasce dall’egoismo dell’individuo, quindi da una visione illusoria. Dogen non si stanca mai di ripetere che la realtà, e quindi lilluminazione, non sono riconducibili a una logica dualista, che è eccessivamente semplificatoria e mistificante. Cosi nel Sutra del Diamante si dice: «Un bodhisattva, un grande essere, non deve propendere per l’esistenza né per la non esistenza delle cose.» (Marassi, 2011, p. 105)
Qualunque cosa possa essere identificata con il termine “assoluto”, trascende la dimensione della lingua, della descrizione. È al di là di affermazione e negazione: li travalica. Definire in modo positivo o negativo significa restringere l’ambito dell’assoluto e quindi, è di per sé un’azione in contrasto con l’assoluto indelimitabile.

Molte tradizioni religiose e filosofiche a orientamento mistico, si astengono dal dualismo affermazione e negazione. Così, per esempio in Occidente troviamo la “Via Negativa” nel Cristianesimo che ponendo a fondamento l’ineffabilità̀ di Dio, sostiene una teologia apofatica. Anche nella tradizione religiosa indiana dei Veda si trova l’approccio negativo alla realtà con il neti neti che in sanscrito significa “né questo, né quello”. Ciò che rimane dopo ogni negazione è l’essenza inesprimibile. O, infine la tradizione cinese che nel più famoso testo daoista recita: «Il Dao di cui si può parlare, non è l’eterno Dao» e «I nomi che possono essere detti, non sono gli eterni nomi.»
Lo Zen stesso si autodefinisce una scuola furyumonji
不立文字, cioè indipendente dai testi scritti che attua una trasmissione dell’insegnamento direttamente da maestro a discepolo in “una speciale trasmissione al di fuori delle scritture” kyoge betsuden 教外別伝, direttamente da mente a mente ishin denshin 以心伝心, poiché la lingua è inaffidabile siccome non esce dai limiti della convenzionalità e non ha la capacità di descrivere in modo adeguato la realtà assoluta ineffabile e non convenzionale.
Dogen, che in un certo senso può essere considerato un mistico (Kim, 1987), si inserisce in questo filone, ma con la sua particolarità. Infatti, mentre nella gran parte delle tradizioni mistiche l’assoluto è ritenuto ineffabile, cioè inesprimibile, quindi al di là della capacità della lingua di esprimerlo, per Dogen è diverso. È pur vero che nella tradizione Chán cinese, l’incapacità̀ della lingua di esprimere la verità ultima è considerata un dato di fatto, tuttavia egli assume una posizione del tutto originale.

Per Dogen la lingua non è un impedimento, un velo illusorio che nasconde la
vera realtà che si colloca al di là delle parole. Piuttosto, la lingua è l’immenso deposito delle possibilità espressive aperto a chi sappia farne uso: è un ostacolo solo per chi non sa utilizzarla, mentre per coloro che ne hanno la capacità, la lingua può diventare un modo diretto di espressione della realtà ultima. Nel capitolo “Sansuikyo, significativamente dice: «Che peccato che essi non sanno che il pensiero è parole e frasi, che non sanno che parole e frasi liberano il pensiero.» Questa sua concezione non deriva tanto da una speculazione astratta sulle potenzialità della lingua, quanto piuttosto da una convinzione profonda e radicale che sta a fondamento del suo pensiero dottrinale secondo cui la realtà tutta, l’intero mondo, l’universo intero, l’uomo, i fenomeni, ogni cosa di cui facciamo esperienza è illuminazione: non esiste nulla che sia al di fuori dell’illuminazione. E d’altra parte, l’intero mondo è un’infinita serie di autoespressioni della natura-di-Buddha e della vacuità. Ne consegue che anche la lingua è nella dimensione dell’illuminazione, ne è parte, ne è espressione. Per questo motivo, Dogen pensa che la lingua, così come ogni altro mezzo espressivo della realtà fenomenica possa esprimere la realtà illusoria e allo stesso tempo anche la realtà dell’illuminazione. Poiché l’illuminazione è immanente e onnipresente nella vita quotidiana, può essere espressa con le parole quotidiane, infatti anche la lingua che usiamo ogni giorno fa parte dell’illuminazione, proprio come la vita quotidiana lo è. In questo senso, la lingua è strumento di illuminazione.


È allora chiaro che per Dogen l
insistente e mirato uso della negazione (accanto allaffermazione) non è un mezzo per indicare in termini negativi lassoluto ineffabile. Negare per Dogen non vuol dire esprimere l’incapacità̀ della lingua di affermare, non è lo strumento “meno fuorviante” utilizzabile dalla lingua. La lingua ha la capacità̀ di esprimere l’illuminazione: resta però da verificare se il destinatario di un tale messaggio è in grado di comprenderlo, e questo è un altro problema. Tuttavia, è più probabile che si tratti dell’incapacità̀ dell’uomo di comprendere, piuttosto che un limite della lingua. Dobbiamo quindi, rivedere il significato dell’uso della negazione da parte di Dogen in termini diversi da quelli a cui la tradizione buddhista e in genere orientale ci ha abituato, e alla quale lOccidente ha dato ampio supporto e ha condiviso."

domenica 27 luglio 2014

3- Il pensiero di Dogen al di là di affermazione e negazione


Testo di Aldo Tollini, Università “Ca’ Foscari” – Venezia
Pubblicato dal Centro Zen di Firenze, www.zenfirenze.it
PARTE 3



Ingresso di Eihei-ji, il Tempio principale della scuola Soto, fondato da Dogen nel 1244.

3. L’uso della negazione nel pensiero di Dogen
Al fine di investigare l’importanza e il significato della negazione nel pensiero di Dogen, prenderò in considerazione il testo Shobogenzo, l’opera considerata la maggiore del Maestro1. Per prima cosa, va notato che Dogen usa in modo frequente espressioni che negano concetti opposti, quindi negano esistenza e allo stesso tempo assenza, negano qualità e azioni opposte, senza però fornire una via di uscita da questo impasse. Per esempio: «E' cosi perché questa via da percorrere, questo luogo in cui risiedere, non sono grandi e neppure piccoli, non sono propri e neppure altrui, non sono prima di noi, e neppure qui adesso con noi.»
Usando questa tecnica espressiva, Dogen vuole togliere ogni tipo di possibile certezza a coloro che si sono avviati sulla Via del Buddhismo. Negando e impedendo di avere punti di riferimento, Dogen intende sospingere i praticanti oltre lapproccio logico ordinario. Le persone sono abituate a pensare in termini dicotomici esclusivi, tuttavia, questo tipo di pensiero, pur essendo utile ai fini pratici, non riflette la complessità della realtà. Dogen vuole spingerci a cogliere la complessità dei fenomeni facendoci superare la strettoia dellutile semplificazione. In altre parole, negando gli opposti, non ci resta altro che andare oltre il pensiero concettuale, in una dimensione dove:

«(Le montagne) continuamente sono ferme stabilmente e continuamente si muovono camminando. Dobbiamo accuratamente studiare le virtù di questo muoversi camminando. Poiché il muoversi camminando delle montagne è lo stesso di quello degli uomini, quando non sembra che sia lo stesso dell'incedere camminando dell'uomo, non si dubiti del muoversi camminando delle montagne (“Sansuikyo, Sutra di monti e fiumi).»

La dimensione dell’illuminazione non è certamente follia, ma non è neppure una dimensione ordinaria in cui si può vedere la realtà in termini logici. Piuttosto si tratta, da quello che ci è dato di comprendere, di uno stato in cui si coglie la realtà in modo diverso. Nel Mahayana vi è la dottrina dellidealismo che sostiene lidea secondo cui la visione della realtà da parte delluomo è un riflesso della sua mente. Quindi nessuno vede realmente la realtà cosi comè, ma la vede sempre come proiezione della sua mente, cioè del suo io. La visione della realtà è filtrata dalla presenza dell’io, insomma è sempre soggettiva, mai obiettiva. Quando finalmente realizziamo l’illusorietà̀ dell’io, ed esso cadrà, allora avremo la possibilità di “vedere” realmente il mondo esterno (e forse anche quello interno).
Nel capitolo “Genjo koan
(Il koan realizzato) esprime in modo chiaro questo concetto:
«Quando tutti i dharma (le cose, la realtà) sono (sono definite in base a) il Buddha-Dharma, allora esistono "illusione/risveglio", la pratica, la nascita, la morte, tutti i Buddha e le persone comuni. Quando la moltitudine dei fenomeni non sono basati sull'io, allora non esiste l'illusione nè il risveglio, non esistono i Buddha nè le persone comuni, non esistono la nascita nè l'estinzione 2
Due frasi contrastanti: la prima, affermativa, significa che quando la realtà viene vista come insegnato dalla dottrina del Buddha, cioè dal punto di vista umano, allora esistono le cose del mondo del dualismo. Ma la seconda, negativa, dice che quando la visione non è basata sull’io, e quindi è obiettiva, non esiste più nulla, e non rimane altro che negare.
Nella realtà, “illuminazione”, “Buddha”, nascita” “estinzione”, ecc. non sono altro che parole che cercano di etichettare dei fenomeni, che però, come tali, non hanno alcuna esistenza. Quindi, non resta che negare...
 

In definitiva, l’illuminazione non è altro che la visione della realtà oltre l’illusione creata dal nostro proprio io, e questo è quanto Dogen vuole portarci a comprendere. Infatti in Bendowa (Discorso sullo studio della Via) dice che non si devono costruire «idee del tipo che i Buddha esistano oppure non esistano.» Affermare che i Buddha esistono, così come negare la loro esistenza significa dare sostanza a un fenomeno, che, come tutti i fenomeni, non hanno sostanzialità, secondo il principio fondamentale della dottrina buddhista. Negazione dell’affermazione, e d’altra parte negazione della negazione non lasciano scampo: non solo non esiste la cosa in sè, ma non esiste neppure il suo non essere. Negare l’esistenza conduce a sostenere la sua non esistenza, e la negazione della sua non esistenza conduce a smantellare la concezione della sua non esistenza. Nel capitolo “Gyobutsu igi vi sono le espressioni: assenza di Buddha (無仏), assenza di Via (無道), assenza di mente (無心), assenza di estinzione (無滅), e anche “assenza di non-nascita” (無々生), assenza del mondo del Dharma (無法界), assenza della natura del Dharma (無法性), assenza di morte (無死), e anche assenza di non-nascita (無無生). Tuttavia, il massimo della strategia negativa si trova in Bussho (Natura-di-Buddha) in cui troviamo: «Come può l'“essere di tutti gli esseri” non ricevere il Dharma dal “non-essere del non-non-essere” (無々の無)?».
 

Lassenza dellassenza non è naturalmente presenza, ma assenza del non-essere. Le sequenze negative sono una strategia per negare la presenza dell’io sostanziale nel modo più radicale possibile: anche sotto forma di assenza. La parola MU non è semplicemente la negazione no o non, ma indica assenza o mancanza, e va reso con non c. Questa è una differenza sostanziale poiché dire, musho 無生non cè nascita, e mumusho 無無生non cè la mancanza di nascita, per indicare, non che esiste la non-nascita, ma che la nascita non cè, e che anche il suo contrario, la mancanza o assenza di nascita non cè.
Certamente, siamo molto lontani dal principio di non-contraddizione della logica classica aristotelica che afferma la falsità di ogni proposizione implicante che una certa proposizione A e la sua negazione, cioè la proposizione non-A, siano entrambe vere allo stesso tempo e nello stesso modo. Per Dogen, invece, la rottura di questo principio, asserisce che una proposizione del tipo: "A è anche non-A" non solo non è falsa, ma è, anzi, espressione della verità vera! Nel Buddhismo classico il concetto di anatta (in Pali) o anatman (in sanscrito) descrive il “non io” o “non sé”, cioè l’illusorietà̀ della presenza di un io/sè concreto, stabile e sostanziale nei fenomeni. Tuttavia, esiste il rischio che “non-io” o “non sé”, oltre che come negazioni, possano essere prese per affermazioni negative, cioè esistenza di una negatività. E questo stravolgerebbe il senso della dottrina buddhista. Si consideri che per attenersi alla logica del principio di non-contraddizione è necessario che “A” abbia una esistenza concreta e ben definibile, tale che lo distingua da tutti gli altri esseri. Nel Buddhismo, invece, i fenomeni sono aggregazioni di cinque elementi, detti skandha
3, privi di io sostanziale. Quindi il principio di non contraddizione perde ogni senso. Questo conduce a sostenere umu no mu (Bussho), lassenza contemporaneamente di esserci e non esserci: c e “non c’è” sono contemporaneamente negati.
Per esempio in “Bussho
si dice: «Il tempo della vita è natura-di-buddha, è non natura-di-buddha. 
Il tempo della morte è natura-di-buddha, è non natura-di-buddha.»4
L’illuminazione esiste e allo stesso tempo non esiste: se non esistesse come potrebbe essere cercata? E se esistesse potrebbe essere in qualche modo definita, ma pur potendo cercarla una volta trovata non esiste. Quindi, il praticante cerca e (forse) trova quello che non c’è, o forse trova qualcos’altro rispetto a quello che inizialmente cercava, perché quello che cercava, comunque, non c’è. Quindi l’illuminazione, cioè l’assoluto, viene negato sia nella sua esistenza, sia nella sua assenza: come oggetto definito non esiste, ma d’altra parte è anche sbagliato sostenere che non esiste, poiché, esiste, ma non è definibile come “esistenza”.


---
Note

1: Tutti i brani riportati sono tutti tradotti dall’originale dall’Autore.
2: Le traduzioni in italiano dei testi dello Shobogenzo
̄ citate si trovano in:
Tollini, 2001: “Bendo
̄wa, pp.123-176 , Genjo koan, pp. 177-190, Maka Hannya Haramitsu, pp. 209-217. Tollini, 2004: Busshō, pp. 51-155, Inmo, pp. 156-180.
Le traduzioni in italiano degli altri capitoli sono mie, basate sul testo originale in: Eto, Sokuo (a cura di) (1961, 13
° ed.), Shobogenzo, 3 vols., Tokyo: Iwanami shoten, dove si trovano i capitoli:
“Gyobutsu igi
, Vol. 1, pp.345-362 , Sansuikyo, Vol. 1, pp. 217-229, Shukke, Vol. 3, pp. 123-127 , “Komyo, Vol. 2, pp. 113-119.
3:L'elenco dei Cinque Aggregati (o skandha, in giapponese goun
五蘊), gli elementi fondamentali dellessere umano comprende: 1. rupa = la materia, i fenomeni; 2. vedana = le sensazioni; 3. samjñā = l'intelletto, le rappresentazioni mentali, la cognizione; 4. samskara = la volizione, gli impulsi; 5. vijñāna = la coscienza, il discernimento.
Essi sono gli elementi fondamentali che aggregandosi e disgregandosi danno luogo ai fenomeni o li fanno perire.
4:Sia la vita sia la morte sono allo stesso tempo natura-di-buddha e non natura-di-buddha. Dogen vuole mettere in guardia da una comprensione limitata del concetto di natura-di-buddha inteso come qualcosa di concreto che appartiene solo alla dimensione della vita e che si contrappone all'illusione e all'agitazione della mente, e che quindi è l'opposto dell'illuminazione. Questa visione è semplicistica ed errata. La natura-di-buddha, la nostra buddhità, è presente sempre in vita e morte, in ogni cosa, in ogni fenomeno, in ogni momento e non è contrapposta né contrapponibile ad alcunché.