Testo
di Aldo Tollini, Università “Ca’
Foscari” – Venezia
Pubblicato dal Centro Zen di Firenze, www.zenfirenze.it
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| Fukanzazengi – Le Regole per lo Zazen – scritte da Dogen nel 1233 |
Qualunque cosa possa essere identificata con il termine “assoluto”, trascende la dimensione della lingua, della descrizione. È al di là di affermazione e negazione: li travalica. Definire in modo positivo o negativo significa restringere l’ambito dell’assoluto e quindi, è di per sé un’azione in contrasto con l’assoluto indelimitabile.
Molte tradizioni religiose e filosofiche a orientamento mistico, si astengono dal dualismo affermazione e negazione. Così, per esempio in Occidente troviamo la “Via Negativa” nel Cristianesimo che ponendo a fondamento l’ineffabilità̀ di Dio, sostiene una teologia apofatica. Anche nella tradizione religiosa indiana dei Veda si trova l’approccio negativo alla realtà con il neti neti che in sanscrito significa “né questo, né quello”. Ciò che rimane dopo ogni negazione è l’essenza inesprimibile. O, infine la tradizione cinese che nel più famoso testo daoista recita: «Il Dao di cui si può parlare, non è l’eterno Dao» e «I nomi che possono essere detti, non sono gli eterni nomi.»
Lo Zen stesso si autodefinisce una scuola furyumonji 不立文字, cioè “indipendente dai testi scritti” che attua una trasmissione dell’insegnamento direttamente da maestro a discepolo in “una speciale trasmissione al di fuori delle scritture” kyoge betsuden 教外別伝, direttamente “da mente a mente” ishin denshin 以心伝心, poiché la lingua è inaffidabile siccome non esce dai limiti della convenzionalità e non ha la capacità di descrivere in modo adeguato la realtà assoluta ineffabile e non convenzionale.
Per Dogen la lingua non è un impedimento, un velo illusorio che nasconde la “vera realtà” che si colloca al di là delle parole. Piuttosto, la lingua è l’immenso deposito delle possibilità espressive aperto a chi sappia farne uso: è un ostacolo solo per chi non sa utilizzarla, mentre per coloro che ne hanno la capacità, la lingua può diventare un modo diretto di espressione della realtà ultima. Nel capitolo “Sansuikyo”, significativamente dice: «Che peccato che essi non sanno che il pensiero è “parole e frasi”, che non sanno che “parole e frasi” liberano il pensiero.» Questa sua concezione non deriva tanto da una speculazione astratta sulle potenzialità della lingua, quanto piuttosto da una convinzione profonda e radicale che sta a fondamento del suo pensiero dottrinale secondo cui la realtà tutta, l’intero mondo, l’universo intero, l’uomo, i fenomeni, ogni cosa di cui facciamo esperienza è illuminazione: non esiste nulla che sia al di fuori dell’illuminazione. E d’altra parte, l’intero mondo è un’infinita serie di autoespressioni della natura-di-Buddha e della vacuità. Ne consegue che anche la lingua è nella dimensione dell’illuminazione, ne è parte, ne è espressione. Per questo motivo, Dogen pensa che la lingua, così come ogni altro mezzo espressivo della realtà fenomenica possa esprimere la realtà illusoria e allo stesso tempo anche la realtà dell’illuminazione. Poiché l’illuminazione è immanente e onnipresente nella vita quotidiana, può essere espressa con le parole quotidiane, infatti anche la lingua che usiamo ogni giorno fa parte dell’illuminazione, proprio come la vita quotidiana lo è. In questo senso, la lingua è strumento di illuminazione.
È allora chiaro che per Dogen l’insistente e mirato uso della negazione (accanto all’affermazione) non è un mezzo per indicare in termini negativi l’assoluto ineffabile. Negare per Dogen non vuol dire esprimere l’incapacità̀ della lingua di affermare, non è lo strumento “meno fuorviante” utilizzabile dalla lingua. La lingua ha la capacità̀ di esprimere l’illuminazione: resta però da verificare se il destinatario di un tale messaggio è in grado di comprenderlo, e questo è un altro problema. Tuttavia, è più probabile che si tratti dell’incapacità̀ dell’uomo di comprendere, piuttosto che un limite della lingua. Dobbiamo quindi, rivedere il significato dell’uso della negazione da parte di Dogen in termini diversi da quelli a cui la tradizione buddhista e in genere orientale ci ha abituato, e alla quale l’Occidente ha dato ampio supporto e ha condiviso."
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