mercoledì 23 luglio 2014

1- Il pensiero di Dogen al di là di affermazione e negazione

Testo di Aldo Tollini, Università “Ca’ Foscari” – Venezia
Pubblicato dal Centro Zen di Firenze, www.zenfirenze.it


PARTE 1


"In questo saggio intendo riflettere sull’uso di espressioni linguistiche negative (e di conseguenza anche affermative) nel pensiero di uno dei massimi esponenti dello Zen giapponese, Dogen zenji.
Sia nella sua opera maggiore, lo Shobogenzo (Il Tesoro dell’Occhio della Vera Legge), ma anche in altre, Dogen, attenendosi alla tradizione, fa largo uso delle forme di pensiero negative che rivestono una particolare importanza nell
ambito del suo pensiero e del suo insegnamento, infatti, il “pensiero negativo” di Dogen riflette la sua visione della realtà considerata secondo il principio buddhista dellassenza di un io e dellillusorietà

1. Il pensiero di Dogen: generalità
Dogen zenji (1200-1253), uno dei più grandi pensatori e maestri di Buddhismo giapponesi, ha prodotto un pensiero buddhista di grande profondità e complessità. Tra le molte opere che ha scritto, è soprattutto lo Shobogenzo che presenta in modo più articolato il suo pensiero sulla Via buddhista, sul Dharma, sulla pratica e sull’illuminazione. È un pensiero molto originale espresso in una lingua altrettanto originale ed elaborata, spesso anche di difficile comprensione. Mi sono occupato altrove della questione della lingua di Dogen (Tollini, 2013) e non voglio quindi tornare in dettaglio sull’argomento, tuttavia, mi preme di dire che l’uso della lingua da parte di Dogen ha la caratteristica di riflettere in modo organico il suo pensiero. Quindi, piuttosto che essere una lingua di tipo descrittivo”, è una lingua di tipo “espressivo”, cioè, invece di descrivere, esprime e manifesta. In particolare, poiché al centro dei temi trattati vi è la concezione del raggiungimento dell’illuminazione che forma l’asse portante di ogni sua argomentazione, l’uso della lingua, piuttosto che descrivere in modo logico e articolato cosa sia e come si possa giungere all’illuminazione, cerca di esprimerla e manifestarla attraverso la lingua. Questa operazione, altamente sofisticata ha il pregio di evitare speculazioni filosofiche e dottrinarie, che appunto sono scarse, e di affrontare il tema centrale in modo diretto, che è lo scopo non del filosofo, ma del maestro Zen. Il quale non vuole tanto “spiegare”, nè essere necessariamente coerente fornendo una elaborazione convincente e comprensibile intellettualmente, ma vuole portare il discepolo o praticante direttamente sul terreno dell’illuminazione attraverso l’espediente della lingua. Questa impresa comporta un uso strategico molto particolare che può anche mettere in crisi l’ascoltatore, o più probabilmente il lettore. D’altra parte, Dogen non è un filosofo e non si pone il problema di cercare o rivelare la verità, ma è un maestro che intende spingere il praticante a calpestare con i propri piedi la terra del satori (l’illuminazione).
Vi sono molti aspetti particolari e interessanti dell’uso della lingua nello Shobogenzo che possono essere definiti come “lingua dell’illuminazione” nel senso di cui ho detto sopra e alcune delle strategie sono anche state studiate (Kim, 1985).
Qui desidero affrontare una di queste “strategie” che, per quanto ne so, non è stata ancora studiata, o quanto meno, non a sufficienza. Si tratta della “strategia della negazione”, che ovviamente si rapporta al suo contrario, l’affermazione. Affermazione e negazione sono uno strumento largamente utilizzato da Dogen per esprimere il suo pensiero e per insegnare l
illuminazione.”
-continua-

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